_ le strade secondarie

  • «Se non ti diverti a urlare, su una moto in corsa non fai grandi conversazioni. Invece passi il tempo a percepire le cose e a meditarci sopra. Su quello che vedi, su quello che senti, sull’umore del tempo e i ricordi, sulla macchina che cavalchi e la campagna che ti circonda, pensando a tuo piacimento, senza nulla che t’incalzi, senza l’impressione di perdere tempo.

    Mi piacerebbe usare il tempo che ho a disposizione per parlare di alcune cose che mi sono venute in mente. Il più delle volte abbiamo tanta fretta che le occasioni per parlare sono ben poche. Il risultato è una specie di superficialità quotidiana senza fine, una monotonia che anni dopo ti porta a chiederti che ne è stato del tuo tempo e a rimpiangere che sia trascorso. Ora, invece, vorrei usare il mio per parlare un po’ a fondo di cose che sembrano importanti».

    Robert M. Pirsig,

    Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta

Il filosofo Robert M. Pirsig, nel libro Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, racconta di un viaggio intrapreso su strada insieme al figlio. Guidando la sua motocicletta, il panorama intorno a lui e i vari accadimenti gli permisero di sgomberare la mente e quindi di riflettere su altro. Il romanzo diviene così la cronaca di un cammino interiore, di un percorso iniziatico a tappe dove, di tanto in tanto, potersi ritrovare. Secondo l’autore, inoltre, era percorrendo le strade secondarie che realmente gli fu possibile sospendere ogni giudizio e lasciare che a ispirarlo fosse solo la verità.Perché le strade secondarie sono diverse da quelle principali; è sulle strade secondarie che “ci preoccupiamo più di come passiamo il tempo che non di quanto ne impieghiamo per arrivare: l’approccio cambia completamente”.

Accompagnati solo dal percorso, tra paesaggi interiori e ritratti di mondo, la meta diviene un punto indefinito all’orizzonte. Al contrario però, fondamentale importanza acquisisce l’attimo presente, quello stare in un tempo che smette di scorrere. In una metafora, l’impressione di vivere qui e ora e che nient’altro stia esistendo descrive un aspetto molto preciso del lavoro dell’artista: il prima e il dopo sono scanditi solo dalla gestualità, dall’evento e dall’immaginazione.

Ed è proprio a partire da questi momenti di puro abbandono alla bellezza che le artiste Elena Bordoli, Cassandra Eustace e Roseanne Lynch raccolgono il proprio vissuto, attraversano lentamente la loro dimensione più personale ed esprimono l’analisi di se stesse realizzando opere d’arte.

Le strade secondarie non è conoscere, ma è sentire che ciò che abbiamo dentro ha smesso di ignorarci. È un camminare per sottrarsi all’anonimo e per riempire di significati le cose senza aver fini da raggiungere. Le artiste osservano, attingono e laddove l’immagine si fa astratta, laddove è estrapolata dall’inconscio, riporta di un tentativo di decodificazione dell’io che si fa materia.

Le opere d’arte in mostra restituiscono all’estetica il piacere del fare, del fare e basta senza scopo, che permette però di leggere tra le forme pagine di noi stessi e pagine di realtà.

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di Laura Fattorini

La parola serendipity fu introdotta dallo scrittore inglese Horace Walpole nel 1754 per descrivere una propria scoperta fatta con “sagacia accidentale”. Il termine deriva da I tre principi di Serendippo, fiaba di origine persiana:

«C’era anticamente ad Oriente, nel paese di Serendippo (l’attuale Sri Lanka), un grande e potente re, chiamato Giafar, il quale aveva tre figli maschi, coltissimi perché educati dai più grandi saggi del tempo, ma privi di un’esperienza altrettanto importante di vita vissuta. Per provare, oltre alla loro saggezza, anche le loro attitudini pratiche, decise di allontanarli dal regno e, perché diventassero ancora più perfetti, stabilì che andassero a vedere il mondo per conoscere per esperienza diretta i diversi costumi e i modi di fare di molte nazioni che già conoscevano per averli studiati sui libri o appresi dai precettori. Durante il loro viaggio i tre fecero diverse scoperte, grazie al caso e alla loro sagacia, di cose che non stavano cercando».

L’abbandono della rassicurante via maestra, già conosciuta e più volte esperita, a favore di percorsi più impervi, implica la decisione da parte dell’esploratore di lasciarsi cogliere dalla sorpresa e dall’imprevisto. Questo racconto insegna che la scoperta, anche se fortuita, non pesca alla cieca ma si fa trovare da chi ha il coraggio di osare e sa osservare con attenzione.

Le strade secondarie è un territorio inesplorato che permette di acuire i sensi. Se i luoghi estranei ci rendono più sensibili e attenti, l’uomo, come l’animale, negli stati di non-conoscenza e novità rizza le antenne, pronto ad assorbire ogni impulso esterno captandone stimoli e vibrazioni.

Elena Bordoli, Cassandra Eustace e Roseanne Lynch si rivelano artiste esploratrici e coraggiose, capaci di abbandonare le strade più battute del sapere, della conoscenza del mondo e del sé. Si avventurano in percorsi più profondi e intricati, fatti di trame intime da snodare e frammenti emozionali da ricostruire.

L’atto creativo diventa lo strumento della scoperta e della sorpresa meditata, diventa l’azione attraverso cui le tre artiste imparano a cogliere e comprendere quello che ancora non stavano cercando

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di Giulia Plebani

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